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Quanti data center ci sono in Italia? La mappa di un mercato che cambia pelle

Circa 250 impianti censiti, 600 MW di potenza operativa, una sola area metropolitana che concentra i due terzi di tutto. Ma la fotografia del mercato italiano dei data center dice più delle cifre: chi costruisce, chi paga, quali progetti si faranno davver

Dietro ogni ricerca, ogni videoconferenza e ogni risposta di un modello di intelligenza artificiale c'è un'infrastruttura fisica che non si vede quasi mai: il data center. In Italia se ne parla molto — anche per la recente dichiarazione di interesse strategico sui programmi da 8 miliardi — ma spesso senza una fotografia d'insieme. Proviamo a scattarla: quanti sono, dove sono, chi li gestisce e quali forze stanno ridisegnando il mercato.

Quanti sono davvero

Secondo la mappatura di Data Center Map, alla data di pubblicazione l'Italia conta circa 250 impianti: intorno a 190 operativi, una ventina in costruzione e oltre 30 pianificati. La potenza operativa nazionale è di circa 600 MW (dati Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano) — per dare un termine di paragone, una frazione a una cifra della capacità europea complessiva.

Un'avvertenza onesta sui numeri: i censimenti differiscono tra loro (cosa conta come «impianto»? un campus con quattro edifici è uno o quattro?), e i progetti «pianificati» dichiarano spesso potenze obiettivo notevoli — da 50 fino a 120-240 MW IT per singolo campus. Dietro molti di questi annunci ci sono attese per le autorizzazioni e, soprattutto, per l' allaccio alla rete elettrica in alta tensione: come abbiamo raccontato nell'analisi sui programmi strategici, nel triennio scorso quasi un terzo degli investimenti annunciati non si è concretizzato. La mappa, insomma, va letta con la matita: ciò che è acceso è certo, ciò che è annunciato è un'ipotesi.

La geografia: Milano, e poi il resto

Nessuna sorpresa sul baricentro: la Lombardia, e in particolare l'area metropolitana di Milano, concentra il 68% della potenza nazionale (414 MW), in rotta verso il gigawatt entro il 2028. Le ragioni sono strutturali — la densità di interconnessioni e punti di scambio Internet, la prossimità ai mercati europei, la disponibilità (contesa) di energia e aree.

Ma il paradigma si sta allargando: cresce l'interesse per siti di secondo livello, più vicini ai distretti industriali e alle amministrazioni locali. Le ragioni sono buone: ridurre la latenza per gli usi che la sentono davvero, decongestionare la rete, e rendere l'infrastruttura nazionale più resiliente di quanto possa esserlo un sistema con un solo, enorme baricentro.

Chi muove il mercato: tre famiglie di operatori

Semplificando un panorama affollato, gli attori si dividono in tre famiglie con ruoli diversi:

  • La colocation «neutrale» — operatori che affittano spazio, energia e connettività restando indipendenti dai carrier: player nazionali storici (Aruba, Retelit), piattaforme europee e globali (Data4, Digital Realty, Equinix, OVHcloud) e una generazione di nuovi entranti che punta proprio sulle città di secondo livello. È la spina dorsale del mercato «visibile».
  • Le telco — TIM Enterprise su tutte, con Wind Tre e, sul fronte abilitante della connettività, Open Fiber: infrastrutture nate per le telecomunicazioni che restano un presidio capillare sul territorio.
  • Gli sviluppatori per gli hyperscaler — la famiglia meno nota e oggi più dinamica. I giganti del cloud (AWS, Google, Microsoft, Oracle) raramente costruiscono in prima persona: si affidano a operatori specializzati che realizzano campus su misura nell'hinterland milanese e pavese — nomi come CloudHQ, CyrusOne, Stack, Vantage, Virtus. Il modello si chiama anchor tenancy: si costruisce solo con un contratto pluriennale già firmato dal grande inquilino.

L'economia del mattone digitale

Perché l' anchor tenancy? Perché i numeri in gioco non ammettono scommesse. Le stime di settore collocano l'investimento infrastrutturale di base — edificio, alimentazione, raffreddamento — tra 12 e 14 milioni di euro per MW IT installato. E per i campus destinati all'IA c'è un moltiplicatore che sorprende chi ragiona in termini immobiliari: l'hardware che va dentro l'edificio (GPU e acceleratori) può costare diverse volte l'investimento edilizio — con l'aggravante che il suo ciclo di vita utile si misura in 2-3 anni, contro i decenni dell'involucro.

Messi insieme, questi due fatti spiegano quasi tutto il comportamento del mercato: un campus da centinaia di MW «a pieno carico» di hardware IA rappresenta un impegno finanziario dell'ordine delle decine di miliardi, che si ripresenta a ogni ciclo di refresh. Nessun investitore muove cifre simili senza contratti blindati — ed ecco perché gli annunci si concretizzano solo quando c'è già un inquilino àncora, e perché il divario tra «pianificato» e «operativo» resta così ampio.

Gigafactory o rete diffusa? Probabilmente entrambe

La traiettoria più credibile per l'Italia non è un aut-aut, ma un bilanciamento:

  • da un lato pochi grandi campus ottimizzati per l'IA — raffreddamento a liquido, densità elevate, PUE spinto verso l'unità;
  • dall'altro una capacità diffusa ed «edge», federata con il Polo Strategico Nazionale per i dati della PA: è il modello che serve alla Pubblica Amministrazione e alle imprese critiche per tenere i dati in un perimetro noto, riducendo la dipendenza da attori extra-UE.

È la stessa tesi della federazione dei provider piccoli e medi: la sovranità non abita solo nei gigawatt, abita nella struttura del mercato.

E per un'azienda «normale», cosa cambia?

Quasi nulla di ciò che precede riguarda direttamente la maggior parte delle organizzazioni italiane: i loro carichi non sono hyperscale e non lo diventeranno. Per loro le domande giuste sono più semplici e più concrete: dove sono i miei dati? chi amministra l'infrastruttura? quanto è efficiente, e chi risponde quando qualcosa si ferma?

È il terreno su cui lavoriamo ogni giorno: un private cloud su infrastruttura dedicata in un data center che conosciamo rack per rack, la progettazione di sale dati su misura e un metodo di valutazione della maturità — il DCMM — che non richiede di essere un hyperscaler per fare le cose bene. Il nostro data center a emissioni zero è la prova in scala che efficienza e controllo non dipendono dalle dimensioni. Se state ragionando su dove far vivere la vostra infrastruttura, parliamone.

Fonti e riferimenti: Data Center Map (mappatura Italia, luglio 2026); Osservatorio Data Center, Politecnico di Milano — School of Management (comunicati gennaio 2026); MilanoFinanza su dati Osservatorio (investimenti annunciati vs realizzati 2023-2025). Le stime di costo per MW e sul ciclo di vita dell'hardware IA riflettono valori correnti di settore e vanno intese come ordini di grandezza.

Redazione Lympha

Gli articoli di questo blog nascono dall'esperienza sul campo delle nostre Business Unit e dei Centri di Competenza: chi scrive e revisiona i testi è chi progetta, gestisce e supporta ogni giorno i sistemi di cui parliamo. I contenuti sono generati con l'ausilio delle nostre IA e subiscono revisione editoriale umana. I contenuti hanno scopo informativo e fotografano lo stato dell'arte alla data di pubblicazione.

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